Preferenze, la democrazia non appartiene ai salotti: le donne devono poter essere scelte dai cittadini

Oggi Il Fatto Quotidiano riporta una notizia che mi ferisce, ma che soprattutto dovrebbe allarmare chiunque creda davvero nella democrazia: un appello bipartisan contro l’introduzione delle preferenze nella legge elettorale, firmato anche da una autorevole esponente del Partito Democratico.

Voglio essere molto chiara: io non ci sto.

Non ci sto perché conosco bene la fatica di costruire consenso dal basso. La mia storia politica non nasce da una nomina, da un listino sicuro, da una stanza chiusa o da un accordo deciso sopra la testa delle persone.

La mia storia, come quella di tantissime donne, è fatta di territorio, lavoro, presenza quotidiana, ascolto, militanza, relazioni costruite una per una. È fatta di fiducia conquistata, non concessa.

Per questo trovo profondamente sbagliato usare la rappresentanza femminile come argomento contro le preferenze.

Perché senza voto di preferenza, l’unico modo per entrare nelle istituzioni diventa essere scelte dai vertici dei partiti. E questo non premia necessariamente le donne più capaci, più radicate, più riconosciute dalle comunità. Premia chi è più vicina alla dirigenza del momento.

Non è emancipazione. È cooptazione.

Le stanze del potere, lo sappiamo bene, sono state storicamente occupate dagli uomini. Se il potere di decidere chi deve rappresentare i cittadini resta chiuso lì dentro, le donne continueranno troppo spesso a dipendere dalla concessione di qualcuno.

Io non voglio donne nominate per gentile concessione.
Voglio donne elette perché riconosciute, votate, scelte dalle persone.

Dire no alle preferenze significa togliere alle donne una delle poche armi vere per rompere correnti, fedeltà interne, pacchetti di potere e meccanismi opachi dei partiti: il consenso popolare.

Quando una donna ha il consenso della sua comunità, nessun capo politico può metterla facilmente a tacere.

La risposta ai limiti della democrazia non può essere meno democrazia.

Servono regole serie, certo. Servono doppia preferenza di genere, parità di accesso, trasparenza, sostegno reale alle candidature femminili, contrasto alle distorsioni economiche e organizzative. Ma cancellare la possibilità dei cittadini di scegliere non rafforza le donne. Rafforza gli apparati.

Non abbiamo bisogno di leadership calate dall’alto.
Abbiamo bisogno di coraggio.

La parola deve tornare ai cittadini e alle cittadine.

Dateci la preferenza. Dateci il voto libero. Lasciate che siano le comunità a decidere da chi farsi rappresentare.

Noi non abbiamo paura del consenso, perché la nostra forza viene dal basso.