PMA, quattromila coppie in fuga dal Lazio: diventare genitori non può essere una corsa a ostacoli

La storia raccontata da Repubblica Roma è dolorosa, ma purtroppo non isolata.
Francesca, 40 anni, oggi madre di due bambini, ha dovuto affrontare un percorso di procreazione medicalmente assistita lungo, faticoso e costoso. Il primo figlio è arrivato dopo un percorso in una struttura romana privata. Il secondo, invece, è arrivato dopo viaggi continui a Firenze, perché nel Lazio l’attesa nel pubblico era troppo lunga e i centri privati comportavano costi altissimi.
Ogni tentativo privato può costare migliaia di euro. Ogni spostamento significa organizzare ferie, permessi, lavoro, famiglia, visite, esami, prelievi, trasferimenti. Significa anche vivere una pressione emotiva enorme, spesso nel silenzio, perché non tutte le donne possono o vogliono raccontare sul luogo di lavoro un percorso così intimo e delicato.
Questa storia ci dice una cosa molto chiara: la maternità non può diventare una prova di resistenza economica, fisica e psicologica.
Nel Lazio ogni anno circa quattromila coppie sono costrette a rivolgersi ad altre regioni per accedere alla procreazione medicalmente assistita. La Regione paga tra gli otto e i dieci milioni di euro all’anno per prestazioni effettuate fuori dal territorio regionale, soprattutto in Toscana e Lombardia.
È un paradosso enorme. Spendiamo milioni per finanziare la mobilità sanitaria passiva, ma non investiamo abbastanza per rendere il sistema regionale davvero accessibile, capillare e all’altezza della domanda.
Il fabbisogno stimato nel Lazio è di circa ottomila cicli l’anno. Eppure, attraverso gli ospedali pubblici, la Regione riesce a garantire molto meno del necessario. Il risultato è che chi ha risorse economiche si rivolge al privato o parte per un’altra regione; chi non le ha rischia di rinunciare.
Questa non è libertà di scelta. È selezione economica.
Per questo ho presentato una proposta di legge regionale per la prevenzione dell’infertilità e la preservazione della fertilità femminile. Una proposta che prevede campagne di informazione, screening della riserva ovarica attraverso consultori, scuole e università, maggiore consapevolezza sui tempi della fertilità e strumenti di sostegno economico per il social freezing.
La proposta prevede anche un contributo fino a tremila euro per le donne under 35 residenti nel Lazio, con specifiche condizioni di reddito, che decidano di preservare la propria fertilità attraverso la crioconservazione degli ovociti.
Il punto non è spingere le donne a diventare madri. Il punto è dare loro strumenti per scegliere davvero.
Troppo spesso, quando una donna o una coppia decide di avere un figlio, scopre tardi difficoltà che avrebbero potuto essere intercettate prima. Troppo spesso la prevenzione arriva quando il percorso è già diventato più complesso, più doloroso e più costoso.
La fertilità non può essere trattata come un tema privato, da affrontare solo quando diventa emergenza. Deve entrare nella sanità pubblica, nei consultori, nell’informazione, nella prevenzione, nei percorsi di cura.
E soprattutto non può dipendere dal conto in banca.
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