Emergenza caldo, il Lazio non può rincorrere ogni estate la crisi: servono dati, prevenzione e un Piano strutturale

Ho depositato un’interrogazione in Consiglio regionale per chiedere alla Giunta Rocca quali azioni siano state messe in campo per monitorare, prevenire e gestire gli impatti dell’emergenza caldo sulla salute della popolazione del Lazio.

Non parliamo più di eventi eccezionali. Le ondate di calore sono ormai una condizione ricorrente, aggravata dalla crisi climatica, e colpiscono prima di tutto le persone più fragili: anziani, pazienti cronici, persone con disabilità, bambini, senza dimora, lavoratrici e lavoratori esposti alle alte temperature.

Per questo ho chiesto alla Regione dati aggiornati e dettagliati, non dichiarazioni generiche.

Voglio sapere se e quanto siano aumentati gli accessi ai Pronto soccorso, le chiamate al 118 e i ricoveri riconducibili alle ondate di calore, con dati suddivisi per provincia e per struttura sanitaria. Voglio sapere se sia stato attivato un monitoraggio straordinario dei casi di colpo di calore, disidratazione, crisi respiratorie e scompensi cardiocircolatori. Voglio sapere quali misure siano state adottate per rafforzare Pronto soccorso, Ares 118, continuità assistenziale e servizi territoriali nei giorni di massima allerta climatica.

Il Ministero della Salute ha già attivo il sistema nazionale di previsione e prevenzione degli effetti del caldo, con bollettini giornalieri per 27 città italiane, aggiornati dal lunedì al venerdì con previsioni a 24, 48 e 72 ore. Nel Lazio, questi bollettini sono elaborati anche grazie al Dipartimento di Epidemiologia del Servizio sanitario regionale.

Ma i bollettini da soli non bastano.

Serve sapere cosa accade davvero dentro il sistema sanitario regionale quando arriva il caldo estremo. Quanti accessi in più? Quali Pronto soccorso sotto pressione? Quali territori più esposti? Quali strutture hanno avuto criticità negli impianti di climatizzazione, nei sovraccarichi elettrici, nella tenuta organizzativa?

Senza dati, la prevenzione resta uno slogan.

Tra gli strumenti da valutare ho indicato anche l’istituzione di un registro degli infortuni sul lavoro che comprenda i malori legati alle alte temperature. Il caldo estremo non colpisce solo chi sta a casa: colpisce chi lavora nei cantieri, nei campi, nella logistica, sulle strade, negli impianti, spesso nelle ore più dure della giornata.

La Regione Lazio ha firmato un’ordinanza per l’estate 2026 che vieta fino al 15 settembre il lavoro in condizioni di esposizione prolungata al sole dalle 12:30 alle 16:00, nei giorni e nei settori indicati dalle condizioni di rischio. È un passaggio importante, ma deve essere accompagnato da controlli, dati, prevenzione e strumenti stabili.

Non possiamo continuare a inseguire le emergenze estate dopo estate. Serve un Piano strutturale regionale caldo-salute, integrato con Protezione civile, medicina territoriale, Comuni, Terzo settore, parti sociali e sistema sanitario.

La crisi climatica è già entrata nei Pronto soccorso, nelle case degli anziani, nei luoghi di lavoro, nei quartieri più poveri. La politica regionale deve smettere di trattarla come una parentesi stagionale.

Leggi qui la mia interrogazione