Il “mai più” non è una cerimonia: è una scelta

Le parole di Sami Modiano non chiedono solo di essere ricordate. Chiedono di essere ascoltate fino in fondo, perché dentro di loro c’è una verità che fa male e, proprio per questo, serve.
La Shoah non è cominciata con i campi. È cominciata prima: con la normalizzazione dell’odio, con la propaganda, con l’abitudine a considerare alcune vite meno degne di altre. È cominciata quando l’indifferenza è diventata complicità. Quando lo sguardo si è abbassato. Quando il silenzio ha preso il posto della responsabilità.
Modiano, sopravvissuto ad Auschwitz, ha fatto qualcosa che non era scontato: ha trasformato il dolore in un dovere civile. Non per restare nel passato, ma per parlarci del presente. Per ricordarci che la disumanizzazione non è un evento improvviso: è un processo. E che quel processo si ferma solo se qualcuno decide di dire “no”, prima che sia troppo tardi.
Il Giorno della Memoria, allora, non può essere una data da calendario o una liturgia ripetuta. Deve essere una prova di coscienza. Ricordare è una scelta morale: significa decidere da che parte stare, ogni volta che una persona viene ridotta a bersaglio, ogni volta che qualcuno viene escluso, ridicolizzato, perseguitato per ciò che è.
Il punto non è commemorare. Il punto è vigilare. E avere la forza di non lasciare soli i disumanizzati di oggi, qualunque sia il loro nome, qualunque sia il loro volto.


