Sei anni di silenzio. Zero consenso.

Oltre 31.000 persone.
Sei anni di silenzio. Zero consenso.
Il gruppo Facebook “Mia moglie” è stato finalmente rimosso da Meta.
Era pubblico, visibile a chiunque. Per sei anni, vi si condividevano immagini di donne all’insaputa delle stesse donne.
Foto rubate. Corpi esposti. Commenti sessisti. Allusioni esplicite.
E nessuno ha fatto nulla.
Queste immagini venivano pubblicate da mariti, fratelli, amici.
Donne trasformate in contenuti.
Come se fossero oggetti. Come se non avessero voce.
Se ti sembra folle è perché lo è.
Ma non è solo un caso isolato.
È la punta di un iceberg.
È il riflesso brutale di una cultura che considera il corpo femminile proprietà pubblica, sempre disponibile, mai protetta.
E no, non stiamo parlando di fantasie o gusti sessuali.
Stiamo parlando di violenza. Di reati.
Di una comunità dello stupro mascherata da normalità.
Autorizzata, ignorata, tollerata. Per sei anni.
Questo succede quando il consenso viene ignorato.
Quando la dignità femminile diventa “contenuto da condividere”.
Quando 31.000 uomini si ritrovano online a guardare, ridere, commentare, abusare.
Questo non è un incidente. È un sistema.
E a questo punto, la domanda è una sola:
Stai contribuendo, anche solo col tuo silenzio, a normalizzare tutto questo?
La mascolinità tossica va smontata pezzo per pezzo.
La società deve reagire. La politica deve intervenire.
Perché il patriarcato non cade da solo.
Va spinto giù. Ovunque. Anche sui social.
Non è solo un gruppo.
È un reato collettivo.
È una cultura da estirpare.


